I buoni auspici evocati ad Alden Biesen sembrano essersi già dissolti nello scenario sconvolto dalla guerra in Iran. La corsa alla competitività continentale - rilanciata appena un mese fa al vertice informale nella campagna belga e allora incrinata dal consueto derby sugli eurobond - torna sul tavolo dei leader Ue sotto la pressione del nuovo shock dei prezzi dell'energia.
Dopo settimane di fuoco incrociato crescente, Giorgia Meloni si è presentata all'Europa Building sostenuta da un fronte di nove leader, in gran parte dell'Est, chiedendo correttivi rapidi e sostanziali. Ma da Parigi e Berlino le aperture sono circoscritte a "flessibilità" e "lievi aggiustamenti", mentre il muro 'green' - Nordici, Spagna e Portogallo - tiene. Rafforzato anzi dall'affondo di Pedro Sanchez contro chi "usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica" e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, affatto incline a eventuali retromarce.
La premier è ripartita dal faccia a faccia con il cancelliere Friedrich Merz alla vigilia del Consiglio europeo: un incontro di mezz'ora al bar dell'hotel Amigo utile anche a orientare l'asse sulla competitività - costruito con il belga Bart De Wever - verso una lettura più pragmatica del Green deal. Nella disputa sulla revisione del mercato della CO2, tuttavia, il capo del governo tedesco resta prudente, in sintonia con Emmanuel Macron, che si limita a riconoscere la necessità di "margini di flessibilità" senza snaturare l'impianto del sistema.
Troppo poco per la linea italiana che, pur sfumata rispetto all'iniziale richiesta di sospensione del meccanismo evocata per il termoelettrico, insieme a Visegrad, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria chiede soluzioni Ue incisive per raffreddare l'impennata dei prezzi e una proroga delle quote gratuite concesse alle industrie energivore. Presidio della linea intransigente resta comunque Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un "grido d'allarme", chiedendo il congelamento dell'Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l'Italia frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Chiamata, per stessa ammissione di Palazzo Berlaymont, a fare da mediatrice, Ursula von der Leyen evita strappi, tenendo il punto per salvaguardare un sistema che, ha ricordato a più riprese ai leader, nei suoi vent'anni di vita si è dimostrato "efficiente".
Nel breve periodo si lavora a un nuovo quadro di riferimento per contenere volatilità e impatti diseguali dell'Ets tra i Ventisette, agendo su rafforzamento della riserva di stabilità, nuovi benchmark e un possibile fondo ponte per i Paesi più fragili. La revisione complessiva resta invece fissata a luglio, nonostante la pressione italiana per anticiparla a maggio.
Nell'immediato, tuttavia, lo scudo complessivo dell'Ue contro il caro energia appare, agli occhi di diversi Paesi, troppo timido. E tra i governi si riaffaccia - ancora in forma di riflessione - l'ipotesi di un nuovo stop al Patto di stabilità. Il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l'industria - già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina - resta la leva principale di Bruxelles, con il nuovo quadro in arrivo a breve. Una misura che però riapre il nodo delle distorsioni, a vantaggio dei Paesi con maggiore spazio di bilancio - Germania in testa -, portando la Commissione europea a ribadire ai governi la necessità di interventi mirati.
I Paesi sono inoltre incoraggiati a giocare di sponda intervenendo su tasse, reti e sostegni alle industrie energivore. Uno spazio che, in prospettiva, lascia margini anche per il placet Ue al decreto bollette del governo. Nel medio periodo, però, la linea ribadita anche dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, è quasi un mantra: più indipendenza energetica con rinnovabili, nucleare e capacità di stoccaggio, per non farsi trovare di nuovo scoperti al prossimo shock.
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